Nassiriya, il silenzio che ci abita

Il tempo non cancella, trasforma.
E in quella trasformazione, ventidue anni dopo, Nassiriya continua a parlarci.
Non come una ferita chiusa, ma come una memoria viva, che attraversa il Paese e ne misura la coscienza.
Era il 12 novembre 2003 quando un attentato colpì il contingente italiano in Iraq, strappando alla vita militari e civili impegnati in una missione di pace.
Ventidue anni dopo, quella data non appartiene soltanto alla cronaca: è diventata parte della nostra identità collettiva, il simbolo di un sacrificio che ha superato i confini del deserto per radicarsi nel cuore dell’Italia.
Da Messina, il ricordo assume un valore ancora più profondo.
Tra le vittime di Nassiriya c’era infatti il maresciallo messinese Alfio Ragazzi, sepolto nel cimitero di Briga.
Nel 1992 era stato trasferito al RIS di Messina, dove aveva prestato servizio con dedizione e competenza.
Dal 2007, la caserma cittadina porta il suo nome: un segno concreto di riconoscenza, un modo per dire che certi valori non muoiono con gli uomini che li hanno incarnati.
Ricordare Nassiriya, oggi, significa chiedersi che cosa abbiamo imparato.
Se siamo ancora capaci di riconoscere il valore silenzioso di chi serve, di chi protegge, di chi crede nel dialogo anche dove regna la paura.
Significa ammettere che la pace non si eredita: si costruisce, ogni giorno, con responsabilità, coraggio e memoria.
Perché la memoria non è un dovere, è una scelta.
E ogni volta che la scegliamo, Nassiriya smette di essere passato e torna a essere presente.
Nassiriya non è un luogo lontano.
È il punto in cui l’Italia ha imparato che la pace ha un prezzo, ma anche un valore che non si dimentica.

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